LA BATTAGLIA
NELLA SELVA DI TEUTOBURGO

Tra il 9 e l'11 settembre dell’anno 9 d.C., esattamente duemila anni fa, accadde uno degli eventi più importanti della storia, destinato a segnare non solo il tramonto dell'espansionismo romano in tutte le terre di Germania, ma anche ad incidere profondamente sulla stessa vicenda europea: il subdolo agguato nella foresta di Teutoburgo.
Grazie alla sua adempiuta missione civilizzatrice, Roma è non soltanto la culla dell’Occidente ma anche la progenitrice di quel soggetto politico che oggi conosciamo come Unione Europea. Tuttavia, la disfatta romana nella battaglia di Teutoburgo ebbe la tragica conseguenza di segnare un solco profondissimo tra mondo latino e germanico e consentì la genesi del nazionalismo tedesco, che per secoli poi si contrappose a quello francese in sanguinose guerre di annessione e riconquista che si protrassero fino a pochi decenni fa. Solo di recente, con la nascita dell'Unione Europea, quelle tensioni sembrano definitivamente sopite.
Ma cosa accadde esattamente duemila anni fa, nell’anno 9 d.C., quando l’imperatore Augusto, volendo latinizzare le terre germaniche, assegnò questo difficile incarico al legato imperiale, già governatore della Siria, Publio Quintilio Varo?
Pochi anni prima, tra il 17 e il 15 a.C. l’influenza di Roma si estese dalla Gallia alla Germania, con l’occupazione della Vindelicia (Baviera meridionale), Rezia (Tirolo e Svizzera orientale), Norico (Austria) e con l’attestamento del limes sul fiume Danubio. Successivamente, tra il 12 e il 9 a.C. Druso, fratello di Tiberio, varcò il fiume Reno e condusse una serie di campagne militari fino al fiume Weser (occupando buona parte delle terre costiere dell’attuale Bassa Sassonia, nonché quelle dell’odierna Vestfalia).

Le campagne militari di Druso, fratello di Tiberio, in Germania dal 12 al 9 a.C.
(foto tratta da Wikipedia, l’enciclopedia libera)
Alla morte di Druso, avvenuta nel 9 a.C., i generali Lucio Domizio Enobarbo (legato imperiale dal 3 all’1 a.C), e Marco Vinicio ( dall’1 a.C. al 3 d.C.), non riuscirono a consolidare ed estendere il dominio di Roma fino al fiume Elba, che per Augusto aveva una grande importanza strategica.
Per raggiungere tale obiettivo, egli investì Tiberio dell'imperium proconsularis (ossia gli attribuì poteri straordinari sulle province, grazie ai quali poteva prendere decisioni svincolandosi dalla collegialità con le ancora superstiti magistrature repubblicane e ponendosi anche su un piano di preminenza rispetto ai governatori, in quella circostanza funzionalmente sottoposti), gli assegnò la Tribunicia potestas (che garantiva l'inviolabilità della persona e attribuiva quel particolare potere legislativo e di veto già conferito ai tribuni della plebe nella Roma arcaica e repubblicana, ma che sopravvisse anche in seguito, sanzionando tutti gli imperatori da Augusto in poi) e lo inviò in Germania.
Tra il 4 e il 5 d.C. Tiberio condusse due grandi azioni militari che consentirono la definitiva occupazione di tutte le terre della zone settentrionale e centrale compresa tra i fiumi Reno ed Elba (in corrispondenza dell’attuale Bassa Sassonia, tra i Paesi Bassi e la Danimarca). Nel 4 d.C. soggiogò dapprima le tribù dei Canninefati, dei Cattuari e dei Bructeri, sottomettendo nuovamente i Cherusci che, nel frattempo, si erano svincolati dal dominio romano. Successivamente, a partire dall’anno 5 d.C. decise di inoltrarsi ancor più nel cuore dell’attuale Germania e, in collaborazione col legato Gaio Senzio Saturnino, organizzò una travolgente operazione militare anfibia a tenaglia, che vide il contemporaneo impiego dell’armata terrestre (in avanzata dal fiume Weber al fiume Elba) e della flotta proveniente dal Mare del Nord, la quale, risalendo il fiume Elba dalla sua foce, strinse in una progressiva morsa letale Cimbri, Cauci, Longobardi e Senoni, tutti sottoposti al dominio di Roma.
Ormai l’annessione della Germania e la sua elevazione a nuova provincia romana era pressoché cosa fatta: per completare l’opera e trasferire stabilmente il confine dal fiume Reno al fiume Elba non rimaneva che invadere da nord e da sud la Boemia, sulla quale erano stanziate le tribù dei Marcomanni, guidate da Maroboduo. Nelle intenzioni di Tiberio l’intera operazione si sarebbe dovuta concludere entro l’anno 6: il legato Gaio Senzio Saturnino ricevette l’ordine di procedere da ovest (Gallia e Germania) e da sud (Rezia), conducendo 4-5 legioni in Boemia, mentre Tiberio, proveniente da sud-est e partendo da Carnuntum, nella regione del Norico (in Austria), avrebbe completato l’accerchiamento dei Marcomanni. Quando tutto fu pronto per l'affondo decisivo, una violenta rivolta in Dalmazia e Pannonia costrinse ad interrompere in Moravia l'avanzata romana. Per evitare che Maroboduo potesse spalleggiare i rivoltosi e fare con essi causa comune, Tiberio stipulò con lui un trattato di amicizia e diresse quindi verso le regioni dell’Illirico sconvolte dalla ribellione antiromana, che lo impegnò durante quattro lunghi anni di repressione. La pace con Maroboduo si rivelò di vitale importanza soprattutto dopo la disfatta di Varo a Teutoburgo, quando Arminio non riuscì a cooptarlo nella sua grande alleanza tra tutti i popoli germanici desiderosi di sottrarsi dal dominio di Roma e marciarle contro.

Le campagne militari di Tiberio e del legato Gaio Senzio Saturnino in Germania dal 4 al 6 d.C.
In giallo scuro e chiaro l’estensione della nuova provincia di Germania, tra i fiumi Reno ed Elba
(foto tratta da Wikipedia, l’enciclopedia libera)
Nell'anno 9 d.C. l’Illirico venne finalmente pacificato ed Augusto, che guardava sempre con estrema attenzione alle regioni germaniche tra il Reno e l'Elba, volendo mantenere fede agli impegni sottoscritti nel trattato di pace con i Marcomanni di Maroboduo, intese dedicarsi alla definitiva pacificazione della Germania ormai soggiogata, implementando le attività sociali e civili della nuova provincia. Nel fare ciò volle anche dimostrarsi conciliante con i germani, che sempre avevano mal digerito la presenza di governatori militari e, quindi, decise di affidare questo non facile compito ad un burocrate più che ad un generale, ragion per cui incaricò il governatore della Siria, Publio Quintilio Varo, rendendogli disponibili tre legioni.
Ma Varo non seppe agire con ponderazione e volle forzare i tempi sostituendo il diritto dei germani, assai gelosi dei loro costumi usi e tradizioni, con quello di Roma, e trattò con arroganza le genti sottomesse, considerate come sudditi senza diritti più che come provinciali da integrare nell'ordinamento e nella società romana, non accorgendosi che in tal modo fomentava per sua stessa iniziativa un crescente rancore.
Eloquente in questo senso è la testimonianza in Storia romana, LVI, 18 di Dione Cassio, storico greco vissuto nel III secolo:
«…i soldati romani si trovavano là a svernare, e delle città stavano per essere fondate, mentre i barbari si stavano adattando al nuovo tenore di vita, frequentavano le piazze e si ritrovavano pacificamente... non avevano tuttavia dimenticato i loro antichi costumi … ma perdevano per strada progressivamente le loro tradizioni… ma quando (Varo) assunse il comando dell'esercito che si trovava in Germania … li forzò ad adeguarsi ad un cambiamento troppo violento, imponendo loro ordini come se si rivolgesse a degli schiavi e costringendoli ad una tassazione esagerata, come accade per gli stati sottomessi. I Germani non tollerarono questa situazione, poiché i loro capi miravano a ripristinare l'antico e tradizionale stato di cose, mentre i loro popoli preferivano i precedenti ordinamenti al dominio di un popolo straniero. Pur tuttavia non si ribellarono apertamente…».
Peraltro, recenti ritrovamenti archeologici ad est del Reno hanno confermato come i germani, dopo quasi un trentennio di contatto diretto col mondo mediterraneo, si erano assai evoluti tanto nell’agricoltura, praticata estensivamente, quanto nell’artigianato e nel commercio. Al loro interno era anche sorta una nuova classe benestante che in alcuni casi aveva stretto legami parentali di profilo internazionale o che, addirittura, avendo anche militato nelle armate romane, conosceva alla perfezione i loro schemi tattici e strategici e, quindi, andava sempre più maturando una propria coscienza di se stessa anche nella prospettiva di una emancipazione delle proprie genti.
Vincenzo Piras, sulla rivista Storia in Network, aggiunse:
«…Tiberio, dopo la morte del fratello Druso, aveva condotto a termine l'occupazione della Germania; si trattava ora di stabilizzare la conquista. Tra le città di Xanten (Castra Vetera) e Magonza si estendeva una lunga linea fortificata con presidi di cinque o sei legioni che avrebbero garantito la solidità della conquista. Bonn era la base della flotta che garantiva facile transito alle galee da guerra che collegavano il basso Reno al mare del Nord. Inoltre erano state costruite grandi strade, ponti e tutto ciò che serve a creare una potente rete di mobilità e sicurezza interna. A Treviri era la sede dell'ufficio delle imposte e tra processi sommari e tasse da rapina si esasperava l'animo dei germani, ormai decisi a scegliere il minore tra i due mali: meglio morire in battaglia che sottostare a simile schiavitù. Varo si arrogò pure il diritto di tenere sedute di tribunale con processi di dubbia regolarità. Come scrive ancora Velleio, credeva “di poter piegare col diritto coloro che non si erano lasciati sopraffare dalla spada”…».
Durante il suo soggiorno Varo conobbe Arminio, figlio del capo cherusco Segimero, che ottenne onori militari collaborando con i romani nella veste di luogotenente dei reparti di cavalleria durante i primi due anni della rivolta nell'Illirico, durante la quale guidò un contingente di truppe ausiliarie cherusce. Per i suoi servigi ottenne anche l'ambita cittadinanza romana, grazie alla quale non solo riusci a mantenere in ombra i suoi intenti sovversivi, che presto si dimostreranno letali, ma anche a garantirsi la piena e incondizionata fiducia delle stesso Publio Quintilio Varo.
Nel settembre dell'anno 9, con l'approssimarsi dell'inverno, Varo decise di far svernare le sue 3 legioni (XVII^, XVIII^ e XIX^, composta ciascuna da oltre 5.000 uomini in armi secondo la nuova riforma varata dallo stesso Augusto), tre squadre di cavalleria, sei coorti di ausiliari e altre migliaia di civili tra tecnici, mercanti e familiari, negli appositi e più confortevoli campi invernali presenti lungo il corso del Reno. Arminio, che da tempo meditava di unire sotto il suo comando tutte le tribù germaniche ostili a Roma, sottraendole così al suo dominio, ritenne giunto il momento per colpire a morte l’Urbe.
Appena Varo raggiunse il fiume Weser provenendo da est assieme alla sua sterminata colonna di uomini e mezzi (che complessivamente contava circa 25.000 persone in marcia), venne facilmente ingannato da Arminio. Costui lo indusse a deviare temporaneamente dal percorso verso sud - che normalmente originava presso l'attuale Minden, dalla quale si raggiungevano i campi invernali posti lungo il Reno - per inoltrarsi invece verso ovest, nella foresta di Teutoburgo, allo scopo di sedare velocemente e facilmente un’improvvisa rivolta di altri germani in prossimità del massiccio di Kalkriese.
Varo si fidava ciecamente di Arminio (col quale, addirittura, cenò amichevolmente la sera prima…), tanto da rifiutare qualsiasi invito alla prudenza e anche talune “soffiate” che lo allertavano a diffidare di quel giovane principe cherusco, ormai prossimo a compiere un clamoroso quanto proditorio tradimento.
Narra ancora Vincenzo Piras:
«…nella stessa tribù di Arminio si delinearono due partiti pro e contro Roma. Segeste, un importante principe cherusco, aveva buoni motivi per contrapporsi ad Arminio. Intendeva servirsi dell'amicizia coi romani, scalzare Arminio dalla sua carica e rafforzare la sua posizione personale. Il suo odio nei confronti del giovane ribelle si acuì ulteriormente perché Arminio gli rapì una sua figlia, Tusnelda, già promessa a un altro uomo. Segeste quasi riuscì a far naufragare all'ultimo momento i piani dei ribelli. Disonesto lui, non meno Arminio. Tacito evidenzia come si passò da un antagonismo politico tra i due cheruschi, ad un odio personale… Segeste avvisò immediatamente Varo della trappola tesagli da Arminio. Gli rivelò che Arminio intendeva attirare le armate romane in un luogo a lui favorevole per poi intrappolarle ed attaccarle. Varo non gli diede il peso dovuto. Non poteva credere che il giovane germano con cui spesso passava ore a parlare di politica e giurisprudenza, potesse tradire la fiducia di chi lo aveva accolto con tutti gli onori nelle fila del più potente esercito del mondo. Non valse neppure la richiesta di Segeste che lui e Arminio fossero arrestati fino al momento che le sue rivelazioni fossero risultate vere o false. Si offriva addirittura come ostaggio perchè Varo gli credesse e prendesse le urgentissime precauzioni. Ma Varo, benché in un primo momento sobbalzasse alla rivelazione, non diede il peso dovuto alle sue parole. “Era semplicemente incredibile - scrive Fisher-Fabian - che un cavaliere romano, il pluridecorato condottiero di un corpo ausiliario, una persona che egli trattava come un figlio, che quasi ogni giorno ospitava sotto il suo tetto, potesse tradire lui, Quintilio Varo”…».
Varo, peraltro, ignorava ancora la morfologia delle regioni in cui era stato inviato ad operare e si avvalse ingenuamente di alcune guide locali che lo inoltrarono in una regione paludosa e boscosa, mai prima di allora esplorata dagli stessi eserciti romani, le cui direttrici di marcia avevano sempre originato più a sud.
Arminio, che con una scusa si era nel frattempo distaccato assieme ad altri capi germanici dalla formazione romana in marcia, poté raggiungere impunemente il grosso delle sue forze in procinto di assalire i romani, la cui colonna, a causa delle asperità del terreno, fu costretta ad allungarsi pericolosamente per circa 4 chilometri. Dopo aver fatto deviare il sentiero originario per poter imbottigliare in un vicolo cieco le legioni di Varo, Arminio rimase in agguato dietro un terrapieno appositamente costruito, lungo circa 500 metri e largo cinque.
Primo giorno: cominciano gli attacchi “mordi e fuggi” 
(foto tratta da Wikipedia)
Il piano di Arminio stava riuscendo in pieno: le legioni di Varo, inconsapevoli del tradimento, si stavano sempre più addentrando in un imbuto senza uscita, largo non più di 80–120 metri, che avrebbe reso impossibile schierare l’armata romana e predisporla per sferrare un contrattacco risolutivo che fosse per essa più congeniale.
Quando le prime schiere di germani uscirono dall’oscurità in cui le avvolgeva la foresta e, accompagnati da urla disumane, si lanciarono fulminei all’attacco sotto una pioggia torrenziale, riuscirono nell'intento di scompaginare l’ordinata colonna romana.
Cassio Dione Cocceiano, in Storia romana, LVI, 20, 1-3 e 4-5 ci fornisce una testimonianza che, seppur assai circostanziata rispetto alle altre fonti primarie, va comunque presa col beneficio d’inventario per essere stata narrata ben due secoli dopo quei tragici avvenimenti. Egli racconta che:
«... il terreno era sconnesso ed intervallato da dirupi e con piante molto fitte ed alte... i Romani erano impegnati nell'abbattimento della vegetazione ancor prima che i Germani li attaccassero... portavano con sé molti carri, bestie da soma... non pochi bambini, donne ed un certo numero di schiavi... nel frattempo si abbatteva su di loro una violenta pioggia ed un forte vento che dispersero ancor di più la colonna in marcia... il terreno così diventava ancor più sdrucciolevole... e l'avanzata sempre più difficile… i barbari grazie alla loro ottima conoscenza dei sentieri, d'improvviso circondarono i Romani con un'azione preordinata, muovendosi all'interno della foresta ed in un primo momento li colpirono da lontano ma successivamente, poiché nessuno si difendeva e molti erano stati feriti, li assalirono. I Romani, infatti, avanzavano in modo disordinato nel loro schieramento, con i carri e soprattutto con gli uomini che non avevano indossato l'armamento necessario, e poiché non potevano raggrupparsi oltre ad essere numericamente inferiori rispetto ai Germani che si gettavano nella mischia contro di loro, subivano molte perdite senza riuscire ad infliggerne altrettante...».
Varo, che confidava ancora sull'intervento di Arminio e delle sue truppe ausiliarie di scorta, che avrebbero sicuramente avuto la meglio in quella circostanza, non si preoccupò di ordinare l’immediata rappresaglia ma, anzi, dispose di proseguire l’avanzata. Tra attacchi repentini e fulminee ritirate delle orde germaniche, quel primo giorno, tuttavia, trascorse senza che le legioni di Varo avessero subito grossi danni: nel cuore della notte i romani riuscirono anche a far allestire un castrum fortificato.
Secondo giorno: la disperata difesa di Varo e la vana speranza di aprirsi un varco nella forestaDopo aver finalmente percepito l’assoluta gravità della situazione in corso, durante la mattina del 10 settembre Varo ordinò di alleggerire la colonna, abbandonando o bruciando i carriaggi e i bagagli e, tentando il tutto per tutto nella consapevolezza che altri violenti attacchi avrebbero comunque ulteriormente assottigliato i ranghi, decise di inoltrarsi ancor più nella fitta foresta, nel disperato tentativo di scampare al più presto al di là del Reno. Ma ormai tutto era compromesso e Varo, ancorché lo ignorasse, si trovava chiuso in una sacca senza via di scampo, lì condottovi da un finto sentiero fatto realizzare in precedenza da Arminio dopo aver deviato quello principale. La sua speranza, vana, era quella di raggiungere nel minor tempo possibile il Reno all’altezza di Castra Vetera, dove sarebbe potuto giungere in suo soccorso il legato romano Lucio Asprenate, nipote di Varo e suo subordinato in Germania.
I germani continuarono incessantemente nei loro numerosi attacchi, cui seguivano repentine ritirate nella fitta boscaglia, con l’intento di sfiancare i legionari di Varo e non dar loro respiro utile per riorganizzarsi e contrattaccare. Agevolati dalle intemperie e dal fattore sorpresa, orde di barbari sempre più numerosi (si calcola che fossero almeno 20-25 mila) massacrarono ben presto su un terreno a loro congeniale migliaia di romani in poco tempo.

Scontro tra romani e germani.
Rappresentazione pittorica di Otto Albert Koch
(foto tratta da Wikipedia)
Terzo giorno: si conclude la mattanzaL’11 settembre, i pochi sopravvissuti cercarono di darsi alla fuga disperata: qualcuno scampò nella foresta di Alisio. La cavalleria, ultimo baluardo della disperata resistenza romana venne sopraffatta. I fuggiaschi furono inseguiti in ogni dove, quasi tutti catturati, torturati e martoriati: in migliaia subirono una decapitazione e le loro teste impalate in cima alle lance ed esposte per chilometri nella foresta. A Varo e ai suoi più stretti ufficiali non rimase che seguire la consolidata tradizione romana: suicidarsi per non consegnarsi e farsi cremare. Il suo corpo, consegnato ad Arminio semicarbonizzato, venne da questi decapitato e la testa inviata al capo dei Marcomanni, Maroboduo, quale dimostrazione di forza e monito per il suo diniego all’alleanza proposta in precedenza dallo stesso Arminio. Successivamente il macabro trofeo venne consegnato ad Augusto.
Nel frattempo, per rintuzzare questa catastrofe Lucio Asprenate, nipote di Varo e suo subordinato in Germania, mobilitò subito due legioni provenienti da Magonza, col fine precipuo di impedire una invasione della Gallia. La mossa si rivelò decisiva. E’ lo stesso Cassio Dione Cocceiano che ce lo testimonia in Storia Romana, LVI, 22, 2a-2b:
«...I barbari si impadronirono di tutti i forti tranne uno, nei pressi del quale furono impegnati, non poterono attraversare il Reno ed invadere la Gallia ... la ragione per cui non riuscirono ad occupare il forte romano è da attribuirsi alla loro incapacità nel condurre un assedio, mentre i Romani facevano un grande utilizzo di arcieri, respingendo ed infliggendo numerose perdite ai barbari... e si ritirarono quando vennero a sapere che i Romani avevano posto una nuova guarnigione a guardia del Reno e dell'arrivo di Tiberio, che sopraggiungeva con un nuovo esercito...».
All'indomani di questa sciagura, le fonti dell'epoca narrano che l'imperatore Augusto si privò di qualsiasi componente germanica nella sua scorta personale e cadde in preda a violenta isteria: aveva perso 3 delle sue migliori legioni e, consapevole che la sua parentela con Varo avrebbe gettato una macchia sul buon nome della casata, si angustiò a tal punto da non tagliarsi più barba e capelli per molte settimane, vestendosi spesso a lutto e imprecando alla sorte malevola con la famosissima frase: «Varo, Varo, rendimi le mie legioni!».
Conclusioni
(foto tratta da Wikipedia)
La disfatta di Teutoburgo ebbe ripercussioni gravissime: tre legioni, il fior fiore della gioventù selezionata nell'Italia del nord, gloria e vanto dell’esercito romano, non esistevano più.
Così concluse Velleio Patercolo, in Storia romana, II, 119:
«... un esercito fortissimo, il primo tra le truppe romane per addestramento, valore ed esperienza, fu accerchiato a sorpresa, a causa dell'indolenza del comandante, della falsità del nemico e dell'ingiustizia del destino [...] E così l'esercito romano, chiuso tra foreste, paludi e agguati, fu massacrato fino all'ultimo uomo da un nemico che aveva sempre battuto a suo piacimento...».
Per vendicare l’affronto subito, sei anni dopo questi tragici eventi Roma inviò sui luoghi del disastro
Germanico (nipote dell'imperatore Tiberio) quale comandante di una vasta campagna militare punitiva ma, nonostante il folgorante successo nella
battaglia di Idistaviso, nel cuore della Bassa Sassonia, quella parte della Germania compresa tra i fiumi Reno ed Elba non venne mai più trasformata in provincia romana.
Grazie alla slealtà e alla sorprendente intraprendenza di Arminio, a Teutoburgo nasceva non solo il nazionalismo tedesco ma anche quel confine politico tra mondo germanico e latino sul quale nei secoli successivi, e fino alla nascita della moderna Unione Europea, si registrarono molti altri non meno tragici e sanguinosi eventi.
Edited by Basileus_I - 29/10/2011, 21:41